Gorza e Surbone eredi sobri e misurati di Felice Casorati

Torino, Galleria Del Ponte

L’amicizia di una vita, segnata da episodi che dicono stima umana e professionale. Su questo piano cito almeno due dati: lo scambio di cattedra tra Brera e l’Albertina (Surbone preferì Milano, Gorza Torino, in ragione di scelte esistenziali e progetti di lavoro) e le numerose esposizioni comuni, fra le quali spicca quella al Circolo degli Artisti del 1992, dove Marco Rosci estimatore di entrambi li convocò a rappresentare al più alto livello, con Sandro de Alexandris, tre generazioni a Torino (Gino Gorza era nato nel ’23, Mario Surbone nel ’32, Sandro De Alexandris nel ’39) e tre forme dell’”astrazione” (mi si conceda per una volta l’uso di un termine generico ma indubbiamente evocativo) altrettanto rigorose, apparentabili e pure differenti.

Tanto Gino che Mario venivano da una convinta formazione casoratiana, che diede un fondamento sistematico alla naturale disposizione al disegno, analisi e progettazione dell’immagine, non meno che alla esigenza di sviluppare le proprie scelte sulla base di una consapevolezza e di una autonomia mai determinate dal gusto corrente. Eppure entrambi furono nel proprio tempo, attenti alle problematiche che nella seconda metà del Novecento vennero drammaticamente accumulandosi, anche per la convergenza di culture distanti e non facilmente conciliabili (Europa, Stati Uniti, Oriente). Così, nei primi anni Cinquanta, si cimentarono con il dover costruire un linguaggio semplificato, geometrizzante ma che difendesse il modello del corpo umano come struttura esemplare. Per loro, l’attraversamento della tempesta informale fu occasione certo per intensificare l’espressività, ma anche per riaffermare una lucidità tanto più essenziale nell’inquietudine psichica e ideologica del momento. Dalla stagione che per altri fu pantano, uscirono rafforzati nell’idea che fosse necessario all’arte ritrovare una tensione esposta, una libertà creativa ironica e poetica, capace di evocare l’eretico erotico errante Osvaldo Licini, invece che coltivare le certezze elementari dei cosiddetti analitici. Le differenze di natura e sensibilità trovarono modo in questa fase di manifestarsi specialmente nell’uso della geometria e soprattutto del ritmo. Che infatti generarono una ulteriore e non breve stagione “originale”, in un certo senso recuperando le intuizioni “originarie”, come non raramente avviene per gli artisti che hanno vissuto l’esistenza come ricerca non dell’altro ma di sé. Gorza ritrova le geometrie del corpo attivo nella densità di una materia esposta alle provocazioni della luce; Surbone, dalla fine dei Settanta, riattiva le memorie di una Natura che da sempre ha condizionato il suo occhio, abituato agli ampi paesaggi del Monferrato. Non a caso una veduta dallo studio dell’amata Treville timbra il catalogo della scelta antologia che l’artista ha voluto dedicare al suo luogo. Mentre il bianco dell’ultimo Gorza è un omaggio al fondamentale soggiorno tra le Alpi innevate, oltre che ai gessi del grande quasi conterraneo Canova Questa mostra è anche l’occasione per ricordare Francesco De Bartolomeis, di recente mancato, che ai due pittori ha dedicato pagine memorabili.

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Copertina evento.

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Torinosette - Gorza e Surbone

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